I Mille Volti del '68

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Dal ’68 ad Oggi

“Una esperienza nuova per il nostro tempo è entrata nel gioco politico: ci si è accorti che agire è divertente. Questa generazione ha scoperto quella che il diciottesimo secolo aveva chiamato la “felicità pubblica”, il che vuol dire che quando l’uomo partecipa alla vita pubblica apre a se stesso una dimensione di esperienza umana che altrimenti gli rimane preclusa e che in qualche modo rappresenta parte di una felicità completa.“

Hannah Arendt

Descrivere in maniera compiuta un evento storico così sfaccettato espone al rischio di una riscrittura riduzionistica della storia tuttavia, trascorse ormai le celebrazioni del quarantennale del sessantotto, una sua storicizzazione appare plausibile neutralizzando sia un tipo di ricostruzione marcatamente autoreferenziale, sia quelle analisi volte ad un discredito ideologico del fenomeno. E’ quindi opportuno superare un irrigidimento interpretativo di natura eminentemente politica circa il dibattito sul sessantotto per poter praticare un’analisi emotivamente meno partecipata e di conseguenza svincolata da preconcetti e da ipoteche di qualsivoglia natura. Il mutamento generazionale permette oggi, meglio che nei decenni precedenti, una visione ed una descrizione del fenomeno sul lungo periodo. Potremmo perciò non solo provare a rispondere alla ricorrente e classica domanda “cosa è il ‘68?” ma anche a “cosa significa il ‘68 oggi?”.

Saggiamente è stato fatto osservare come negli anni Sessanta, durante l’apice del processo di trasformazione economica iniziato a seguito del secondo conflitto mondiale, la società si sia trovata a vivere un enorme  <<rito di passaggio dalla cultura della scarsità alla cultura del consumo e dell’abbondanza che coinvolge tutta l’area occidentale>>. Un passaggio che separa per sempre la generazione dei padri da quella dei figli, una distanza incolmabile tra esperienze di vita rispettivamente sviluppatesi in una società contadina e in una società neocapitalista. E’ in questo orizzonte che possiamo definire con sicurezza il Sessantotto come un evento <<traumatico>> in grado di generare una “rivoluzione” la cui portata va registrata nell’onda lunga della storia e nei riverberi socio-culturali in grado di innescare. Non vi sono dubbi che la nozione “storica” di rivoluzione non può che riferirsi ai soli eventi in grado instaurare un nuovo ordine politico istituzionale per mezzo del quale una classe sociale sostituisce un’altra nell’esercizio del potere ed è per tali motivazioni che l’accostamento tra il concetto di “rivoluzione” e il ‘68 è apparso, fin da sempre, stridente. La storiografia sull’argomento tuttavia non ha lesinato nell’abuso di tale accostamento, tanto da arrivare a sostenere che ci <<sono state due rivoluzioni mondiali, una nel 1848 e una nel 1968. Entrambe hanno fallito, entrambe hanno trasformato il mondo>>. Ed è proprio nel tentativo di esemplificare in che in cosa consista questa trasformazione del mondo che va ricercato il senso del Sessantotto. Nessuna rivoluzione ma ciò che si è verificato è <<qualcosa di meno e, al tempo stesso, di più. E’ emersa, secondo la definizione di allora, la “contestazione globale” del sistema: la messa in discussione della totalità delle forme attraverso cui il potere si è venuto organizzando e tramite le quali ipoteca lo sviluppo degli esseri umani e della Terra.>>. Come non era mai avvenuto prima, i protagonisti di queste trasformazioni sono le giovani generazioni capaci di dare una scossa alle organizzazioni politiche e sociali: a <<far scattare la scintilla, in Italia come nel resto del mondo occidentale, è l’inadeguatezza delle strutture scolastiche e universitarie di fronte all’ondata gigantesca di studenti che invade gli istituti superiori e le facoltà, un tempo frequentate da un ristretto numero di privilegiati.>>. Lo studente diviene fulcro della rimessa in causa del sistema, in grado di educare primariamente se stesso a divenire soggetto attivo del cambiamento sociale, scolastico, politico e culturale. Il ‘68 è quindi l’epoca dell’impegno che si erge in tutta la sua iconica chiarezza come alter ego esiziale dei cosiddetti anni del “riflusso” o dell’attuale epoca post-ideologica; vi è stato quindi un momento in cui la libertà di un giovane uomo, la libertà di una giovane donna è quella <<che ti costruisci dentro e intorno a te>> e che ti porta a vivere tale libertà come responsabilità primariamente politica del proprio agire. Per questa ragione le università, le scuole, diventano laboratori privilegiati in cui dare origine alla “contestazione”, luoghi dove coltivare una esperienza collettiva di crescita spirituale e di consapevolezza politica. La trasformazione innescata dalle generazioni più giovani da avvio ed alimenta il movimento operaio. Il Sessantotto è anche l’origine del cosiddetto “autunno caldo”, momento cardine per le lotte di rivendicazione dei lavoratori indirizzate al superamento delle “gabbie salariali” e ad una trasformazione del sindacato in Italia. In questi termini il portato dei movimenti sessantottini  appare ancora maggiormente significativo se si pensa che essi si collocavano in una logica di totale estraneità rispetto allo Stato. Come detto, non una rivolta che si poneva l’obiettivo finale della conquista del potere ma che si pensa utopisticamente proiettata al superamento del potere dello Stato stesso. L’unicità del processo di trasformazione va ricercata nella vera peculiarità del movimento studentesco e delle rivolte di quegli anni: la loro dimensione planetaria. Il Sessantotto si dirama come un fiume carsico in grado di conglolbare esperienze, luoghi, personalità poste in situazioni storiche di enorme distanza; in una forma di “globalizzazione” ante litteram i destini di popoli lontani si intrecciano, gli interessi e le rivendicazioni di milioni di giovani confluiscono. <<Non a caso chiunque tenti di negare gli effetti … per prima cosa dimentica e anzi rimuove la dimensione planetaria degli eventi di quell’anno. In realtà il sessantotto è il mondo che per la prima volta riesce a guardarsi.>>. La quasi totale simultaneità e la vastità geografica delle rivolte: in situazioni socio-economiche e geografiche molto diverse (dai Paesi europei al Giappone, dal Messico agli Stati Uniti) permette di assistere a forme di ribellione simili e contemporanee, senza che vi fosse stata alcuna sorta di preparazione o di coordinamento. <<Che il Sessantotto abbia costituito, su scala planetaria, la più grande rottura della continuità rispetto al passato è una constatazione storica che oramai pochi si ingegnano ancora a mettere in discussione>> ed è a partire da tale punto di vista che risulta possibile provare anche a rispondere alla seconda delle nostre questioni guida: “cosa significa il ‘68 oggi?”. Esso in ambito culturale definisce per noi un mutamento, <<da allora niente è più uguale a prima nel modo di vedere le cose … nelle relazioni interpersonali, in quelle fra i sessi, nei rapporti di studio e di lavoro, come quelli tra cittadino e istituzioni>>, un mutamento ancora in opera i cui esiti devono essere decisi dalle “lotte” del presente. Come ermeticamente si è espresso Umberto Eco, il Sessantotto si concede a noi come una “epifania della molteplicità” che ha il merito di risvegliare le nostre coscienze abituate ad un mondo trasformato e sospingerle verso una nuova stagione di “partecipazione”. L’esito più importante del Sessantotto sta oggi nell’essersi depositato come un “‘68 latente” nella coscienza storica del XX e del XXI secolo, pronto a svegliarsi e rivelare la forza del suo sguardo ancora tutto rivolto al futuro.

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